Natale Copto a Lalibela — maxbortolan.com

Etiopia · Lalibela · Genna 7 Gennaio

NATALE
COPTO A
LALIBELA

Gennaio 2016
10 minuti di lettura
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C'è un posto sulla Terra dove il Natale non è una festa commerciale, non è luci di plastica, non è regali scartati di fretta. C'è un posto dove il Natale è ancora — o forse lo è stato sempre e basta — una cosa sacra, fisica, viscerale. Quel posto si chiama Lalibela. E quello che ho vissuto lì per tre giorni e due notti è qualcosa che non so ancora se si lasci raccontare del tutto.

01

GennaIl Natale degli Ortodossi d'Etiopia

Il 7 gennaio, mentre in Europa le feste sono già un ricordo lontano e le decorazioni vengono rimesse negli scatoloni, a Lalibela si incendia il mondo. Genna — così chiamano il Natale gli Etiopi di fede cristiana ortodossa, seguaci della Chiesa Tewahedo — è una delle celebrazioni religiose più antiche e intense del pianeta.

Lalibela è la città delle undici chiese rupestri, scavate nella roccia vulcanica rossa da re Lalibela nel XII secolo, dichiarate Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Durante Genna, questa città di 20.000 anime si trasforma: decine di migliaia di pellegrini arrivano a piedi da tutta l'Etiopia — alcuni camminano per giorni — indossando il netela, lo scialle bianco tradizionale. Il bianco si moltiplica finché non sembra che la montagna stessa abbia fiorito.

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Vista

Migliaia di netela bianchi nella notte, torce e candele, la pietra rossa illuminata dall'alba.

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Suono

Canti polifonici continui, tamburi e sistri, preghiere in ge'ez che riempiono i tunnel di pietra.

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Odore

Incenso denso, fumo di legna, terra rossa, il profumo acre di migliaia di corpi in preghiera.

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La FamigliaOspiti di casa, non ospiti di hotel

Avremmo potuto fermarci in un lodge. Ci siamo fermati a casa di Bogale.

Bogale e la sua famiglia, una moglie super ospitale e due figli meravigliosi e dolcissimi, ci hanno aperto la porta con una naturalezza disarmante, come se avessimo sempre fatto parte di quel nucleo. Tre giorni interi, quattro notti, — tre giorni pieni — a dormire nei loro letti. Sì, nei loro letti: ci hanno ceduto le loro stanze senza chiedere nulla in cambio, sistemandosi in altri angoli della casa, di cui la prima notte in salotto in compagnia di una capra. Un gesto che in Occidente avremmo fatto fatica anche solo a immaginare.

Ti danno il loro letto. Non una stanza in affitto, non un divano di cortesia. Il loro letto. Capisci in quel momento che stai toccando qualcosa di reale.

I pasti erano semplici, abbondanti, ritualizzati. Quasi sempre capra — servita in mille declinazioni, intingoli speziati, carne stufata, accompagnata dall'injera, il pane spugnoso e leggermente acido che in Etiopia è insieme piatto e posata. Anche la colazione. Capra al mattino. Ti abitui in fretta, e poi cominci ad aspettarla.

Un mattino ho assistito alla macellazione dell'animale. Nel cortile, con quella precisione silenziosa che hanno le cose necessarie. Non è stato uno spettacolo: era lavoro, era rispetto verso l'animale e verso chi avrebbe mangiato. Ho tenuto la macchina fotografica abbassata. Ci sono momenti che appartengono agli occhi, non all'obiettivo.

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Doccia e bagno erano all'esterno della casa. Struttura rudimentale, acqua fredda, niente lusso. Non ci ho pensato neanche per un secondo. Quando sei immerso in qualcosa di vero, il comfort smette di essere la misura di tutto.

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03

Le NottiDue notti tra i fedeli, sotto le stelle di Lalibela

Le notti di Genna non si dormono. Si passano in piedi, seduti sulla roccia, accovacciati tra la folla, con gli occhi spalancati su qualcosa che non sai come chiamare se non sacro.

Per due notti siamo rimasti con i fedeli. Le processioni iniziano nelle ore buie e continuano fino all'alba — preti in vesti ricamate di porpora e oro portano le tabot, le tavole sacre, sulle loro teste velate. I diaconi reggono ombrelloni cerimoniali coloratissimi. I fedeli cantano in ge'ez, la lingua liturgica etiopica — vecchia di tremila anni — in una polifonia che non assomiglia a nulla di ciò che ho sentito prima. I tamburi kebero scandiscono un ritmo che senti nello sterno prima che nelle orecchie.

Alle tre di notte, circondato da ventimila persone che pregano sotto le stelle, ho capito perché certi posti diventano mete di pellegrinaggio. Non c'è nulla di razionale. C'è solo quella vibrazione.

Eravamo pochissimi occidentali. Qualche fotografo qua e là, riconoscibili per le fotocamere al collo e per quello sguardo un po' spaesato di chi cerca ancora di capire cosa sta guardando. I turisti erano quasi assenti — e questo, nella folla di diecimila, ventimila persone, significava essere immersi in qualcosa di autentico, non costruito per noi. Ospiti, non spettatori.

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04

L'ObiettivoFotografare il sacro senza profanarlo

Fotografare Lalibela durante Genna è un esercizio di equilibrio. Sei in mezzo a qualcosa di enorme — umanità, fede, luce di torcia, architettura millenaria — e il rischio è di ridurlo tutto a una cartolina. Il rischio opposto è di non scattare mai, paralizzato dal rispetto.

Ho trovato gli scorci cercando posizioni insolite — spesso scomode, a volte un po' pericolose. Ci si arrampica su muretti di pietra sgretolata, ci si affaccia da aperture strette, si scende in cortili quasi al buio mentre la folla preme. Il bello è proprio questo: ogni angolo cambia tutto. Pochi metri più in là o più in su e hai un'immagine completamente diversa.

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Consiglio tecnico: obiettivi luminosi, ISO alti senza paura, luce naturale delle torce e delle candele. Flash vietato — non solo per le regole, ma per rispetto. Le scene migliori le ho trovate aspettando, non inseguendo.

Le chiese di Lalibela meritano ore di esplorazione anche fuori dai giorni di festa. Costruite interamente scavando la roccia dal basso verso l'alto — la pietra rimossa è il volume della chiesa, non i mattoni aggiunti — sono collegate da tunnel sotterranei che portano da una navata all'altra nell'oscurità. Ci si piega, si striscia, si emerge in spazi aperti sull'aria. È un'architettura che non ha paragoni al mondo. Durante Genna, questi stessi tunnel sono percorsi da file di fedeli con le candele accese: lo spettacolo è allucinatorio.

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05

La FaticaE quello che rimane dopo

Non vi dirò che è stato facile. Tre giorni senza privacy, con poco sonno, cibo diverso da quello a cui siamo abituati, temperature variabili tra il caldo del giorno e il freddo pungente delle notti in quota. Il corpo alla fine lo sente.

Ma c'è una fatica che è diversa dall'esaurimento — è quella fatica piena, quella che ti lascia qualcosa invece di toglierti tutto. È la fatica di chi ha prestato attenzione, di chi ha cercato di capire, di chi ha scelto di stare dentro le cose invece di guardarle da fuori.

Quello che rimane è difficile da mettere in fila in modo ordinato. Rimane la faccia di Solomon che sorride mentre ci porta il caffè al mattino. Rimane il suono del kebero che ancora oggi, a distanza di settimane, sento quando cerco il silenzio. Rimane la pietra rossa delle chiese nell'alba grigia. Rimane un senso di rispetto profondo — per una fede che non è la mia, per una cultura che non mi appartiene, per persone che hanno condiviso qualcosa di prezioso senza chiedere nulla in cambio.

Lalibela ti ridimensiona nel senso buono del termine. Esci da lì più piccolo — ma non diminuito. Più consapevole di quanto poco sappiamo del mondo e di quanto vale la pena andare a guardare.

C'era pace lì, in mezzo a quella folla. Una fraternità silenziosa, trasversale a tutto — nazionalità, lingua, credo. Qualcosa che somigliava molto a quello che le religioni dicono di voler essere, e che così di rado riescono davvero ad incarnare. Forse bisognava venire fin qui, su questo altopiano a 2.600 metri sul livello del mare, in una città scavata nella roccia, per trovarlo.

ℹ︎ Info Pratiche — Genna a Lalibela

Quando: 7 gennaio (calendario gregoriano) — la vigilia inizia la sera del 6.

Come arrivare: Volo per Lalibela da Addis Abeba (Ethiopian Airlines, circa 1 ora). Prenotare con largo anticipo durante le festività.

Dove dormire: Lodge e guesthouse locali. L'ospitalità familiare — come la nostra — va cercata attraverso contatti locali o guide fidate. Vale ogni sforzo.

Cosa portare: Abiti bianchi o chiari per rispetto verso la tradizione, scarpe che si tolgono facilmente, una torcia, pazienza e molta curiosità.

Per i fotografi: Accrediti ufficiali non sono necessari, ma chiedere sempre il permesso prima di fotografare i fedeli da vicino. Il rispetto apre ogni porta.

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Se avete domande su questo viaggio, sulla logistica o sulle scelte fotografiche, scrivete pure — rispondo sempre volentieri.

Max Bortolan · maxbortolan.com
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